Elogio del voto di scambio
Il voto di scambio, nella sua accezione giuridica, consiste in un contratto illecito tra un elettore e un candidato, o un’organizzazione che intende favorirlo, basata sulla scambio del voto, che in qualche modo deve essere documentato (il che contraddice il principio della segretezza), con benefici ricevuti personalmente. E’ bene ricordarsene, visto che la polemica politica pre-elettorale tende a determinare un’estensione del concetto di “voto di scambio” allo scopo di sminuire l’avversario, attraverso la forzatura logica di apparentare a un reato specifico la promessa di benefici estesi a intere categorie, che rappresentano invece l’effetto di scelte politiche o amministrative annunciate del tutto legittimamente.

Il voto di scambio, nella sua accezione giuridica, consiste in un contratto illecito tra un elettore e un candidato, o un’organizzazione che intende favorirlo, basata sulla scambio del voto, che in qualche modo deve essere documentato (il che contraddice il principio della segretezza), con benefici ricevuti personalmente. E’ bene ricordarsene, visto che la polemica politica pre-elettorale tende a determinare un’estensione del concetto di “voto di scambio” allo scopo di sminuire l’avversario, attraverso la forzatura logica di apparentare a un reato specifico la promessa di benefici estesi a intere categorie, che rappresentano invece l’effetto di scelte politiche o amministrative annunciate del tutto legittimamente (anche se non sempre razionalmente). Quando Mario Monti spiega che un suo successo elettorale comporterebbe, per effetto della sua scelta di fedeltà europeista, una riduzione del costo del servizio del debito pubblico, che a sua volta consentirebbe di attenuare la pressione fiscale e i tassi di interesse richiesti alle aziende, propone uno scambio. Quando Pier Luigi Bersani si impegna ad aumentare il personale e i fondi a disposizione della sanità e della scuola statali, promette un beneficio a categorie specifiche, in cambio del sostegno elettorale richiesto. Sono fin troppo note le promesse elettorali di Silvio Berlusconi in materia soprattutto di tassazione della prima casa – che vanno anch’esse valutate, come quelle degli altri competitori, per la loro effettiva realizzabilità e per il loro effetto e non sulla base di un pregiudizio moralistico sul “voto di scambio”.
La demonizzazione dell’impegno concreto in vista di misure specifiche come asse della competizione elettorale, per la verità, è una specialità tutta italiana, quando non diventa addirittura un’arma strumentale di propaganda. La campagna elettorale americana si è giocata principalmente sulle promesse fiscali, le ultime consultazioni in Germania e in Francia anche. In Gran Bretagna tutti ricordano che un monumento della politica nazionale come Winston Churchill fu battuto dalla promessa dei laburisti di dare ai cittadini le dentiere gratis, e che poi tornò al governo quando quella promessa si rivelò illusoria. Il pragmatismo delle promesse di benefici e vantaggi concreti e immediati è senz’altro più prosaico della prospettazione di “meravigliose sorti e progressive” connesse all’applicazione di qualche ideologia salvifica, oltre a non costituire un reato. Promettere il paradiso sovietico o il destino imperiale dell’Italia è stato, in fondo più dannoso che promettere riduzioni delle tasse o dello spread.